Pensieri ..
LO STRUMENTO DELLE PRIMARIE TRA CRISI D'IDENTITA' PARTITICA E FORMALISMO DEMOCRATICO di N. Ruocco

L'Italia è il paese sei Santi, dei poeti e dei marinai, si è detto; ma anche il paese delle continue contraddizioni e della mancanza di giusta misura, ancor più se in politica. Nel recente scenario (politico) infatti stiamo vivendo un clima di forte antiteticità (argomento affrontato in successiva analisi, ndr) a causa forse di un sistema prima troppo bipolare, ora troppo bipartitico, e sostanzialmente delineato dal blocco PDL a destra, e PD a sinistra [...] Due partiti profondamente diversi nella forma e nell'identità; con il primo che ha visto la propria luce dall'unione concentrica di due partiti di centro-destra con due leader indiscussi, con oggi leader pro tempore in Berlusconi, ed in futuro un Fini subito dietro quale suo quasi fisiologico successore. Mentre un PD invece anch'esso nato dalla fusione di due precedenti partiti della sinistra italiana (DS e La Margherita) ma un partito che a differenza del primo, di chiari leader non ne ha, e che per tale motivazione, ha deciso di ricorrere allo strumento delle elezioni primarie, sia sul piano centrale, che periferico. Ed è proprio questa la peculiarità su cui è caduta la mia attenzione. Utilizzato per la prima volta in Italia nell'ottobre 2005 (con vittoria di Prodi), lo strumento delle primarie ha avuto da quel momento un utilizzo sistematico da parte del PD, con il quale si è inteso appunto provare ad arginare la problematica della legittimazione di un leader primario di partito. E sono in tanti, pro veritate, ad evidenziare come sotto quest'aspetto, vi sia una evidente instabilità partitica dal punto di vista della propria identità e linea programmatica, essendo forse lo stesso Partito Democratico basato su troppe diverse correnti ideologiche al suo interno (ex democristiani, socialisti, comunisti). In questa prospettiva, l'uso delle primarie, pavoneggiandolo il meccanismo dell'interventismo e coinvolgimento popolare, appare un ottimo salvagente. Al di là comunque di note che potrebbero assumere dei colori di interpretazione politica, facendomi peccare di imparzialità, mi soffermo sul piano tecnico-teorico del discorso. Le elezioni primarie non sono anzitutto elezioni di Stato, ma elezioni di partito rivolte formalmente a tutti, ma oggettivamente ai soli militanti abituali ed iscritti. Qualcuno a tal riguardo parla di esercizio democratico, scelta democratica, coinvolgimento democratico, decisione democratica.. dimenticando tuttavia che si tratta di esprimere un voto di preferenza ad un candidato anzichè di un altro, collegati a liste concorrenti stabilite a monte; un voto di preferenza per le primarie a livello amministrativo nei Comuni che determina non poco meccanismi di contese e strategie a livello di tesseramento; un voto di preferenza per il quale spesso l'elettore contribuisce con un piccolo rimborso spesa. Ma cosa c'entra la democrazia con tutto questo? Si tratta effettivamente di esercizio democratico del proprio diritto stabilito dalla Costituzione ad essere rappresentato nelle sedi deputate, oppure una forma di legittimazione formale a posteriori di un leader anzichè un'altro mediante il ricorso a tale sistema, opportunamente pubblicizzato? Parere mio, è che siamo effettivamente difronte ad un sistema di formalismo democratico, e non di vero e oggettivo esercizio della democrazia, che ricordiamo, non si esplica nel solo momento delle votazioni, bensì in una serie di tanti altri diritti inderogabili che la stesso Stato (per questo definito democratico) attua e garantisce. Lo strumento delle primarie, qualora intese come strumento di partito, sono pertanto una forma degenerata della democrazia, una forma di populismo del tutto gratuita e priva di giustificazione. Perchè la politica, quella vera, la si fa con le linee programmatiche chiare e condivise, con il successivo confronto e dialogo tra le parti, con le scelte partitiche seppur a volte di "segreteria centrale" ma stabili e coese, e non una "politica dei gazebo" qual'è quella delle primarie, che a nulla porta, se non, come detto, ad un populismo senza alcuna ragion d'essere nel 21imo secolo. (N. Ruocco)
IL RISCHIO DI UNO SCADIMENTO DEL DIBATTITO POLITICO di N. Ruocco

Mentre i Capi di Governo delle quindici Nazioni più industrializzate al mondo riuniti a Copenaghen cercavano di arrivare ad un idem consensus su di un progetto teso a ridurre le emissioni inquinanti per i prossimi anni, monopolizzando giustamente l'interesse dei media mondiali, anche l'Italia dava "il meglio di sè" per un fatto però tutt'altro che promozionale e tanto meno progettuale. Riaffiorando vecchi timori degli anni '70, gli anni bui della politica italiana, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al termine di un comizio elettorale del Pdl a Milano, veniva colpito al volto dal quarantenne Massimo Tartaglia, che affermerà in seguito agli inquirenti di essere "fortemente contrario e avverso alla figura del Premier". Brutte, molto brutte le immagini di un leader carismatico come Berlusconi visibilmente ferito al volto, immagini che hanno fatto il giro del mondo, a "braccetto" con gli aggiornamenti quotidiani del G15 dalla Danimarca. Qualcuno intanto affermava che un simile incidente era nell'aria, e forse è davvero così. E' ormai da un periodo evidentemente lungo infatti che il clima politico in Italia vive una grave e periocolosa tensione; una tensione nata da una sempre più evidente inconciliabilità di idee tra maggioranza e opposizione, e sfociata in una assoluta mancanza di dialettica e confronto sui temi cari alla stessa politica del Paese. Non solo una mancanza di dialettica nelle sedi deputate, ma nell'ultimo periodo, ha avuto modo di amplicifarsi un ancor più grave turbinio di accuse, di illazioni e di congiunte rimostranze, dall'una e dall'altra parte, senza esclusione di colpi. Insomma, una sorta di odio diffuso. Ma cosa sta succedendo?
in completamento
20 ANNI DALLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO. COSA E' REALMENTE CAMBIATO? di N. Ruocco

9 novembre 1989 - 9 novembre 2009: sono trascorsi ben venti anni dalla caduta del muro di Berlino. Simbolo della divisione tra est e ovest, tra statismo moderato-progressista occidentale e regime totalitario comunista, il muro di Berlino ha rappresentato l'esasperazione al suo punto più alto e acuto di una differenza ideologica tra due mondi diversi, e due modi diversi di concepire la società e la politica, risultato forse di una ancora diffusa tensione residuale della Guerra fredda. Sono in molti oggi ad attribuire alla caduta del muro un simbolo di ritrovata libertà: libertà di manifestare le proprie idee, libertà di vivire in una società democratica, e libertà di far parte di uno Stato meno interventista e decisionista. Perchè il muro non era una semplice divisione territoriale tra Germania Ovest e Germania Est, ma era sinomimo, come detto, della divisione di due mondi completamente diversi. A distanza ora di vent'anni, al di là di tante argomentazioni storiche che pur meriterebbero di essere affrontante, ci chiediamo cosa sia realmente cambiato. L'oppresione del regime di stampo comunista, ma in generale di qualsiasi altra dittatura, ha effettivamente avunto il declino prospettato? Occorre dire anzitutto che in numerosi stati dell'est esistono tutt'oggi momenti di stato dittatoriale e pertanto sotto quest'aspetto la divisione rappresentata dal muro è ancora ben lungi dal terminare. E il punto del mio discorso è proprio questo. Cosa è cambiato dalla caduta del muro? Poco o nulla, se non la formale conclusione delle tensioni tra occidente e Usa da un lato, e stati orientali e Russia dall'altro, dal solo punto di vista della politica internazionale e nei rapporti di politica estera tra i vari stati. Qualcuno potrebbe dire, che questa apertura verso il dialogo costituisce già di per sè uno step positivo in avanti; ebbene si. Ma restano comunque numerosi punti interrogati, numerose zone d'ombra, che al di là del comunismo o meno, restano e per certi versi si diffondo. Il punto cardine del discorso è che la differenza ideologica può essere combattuta soltanto attreverso la modernità del pensiero sociale; un pensiero consapevole dell'evoluzionismo storico e della necessità verso un'apertura sistematica non solo in termini propriamente politici, ma anche (e soprattutto) economici. Sperando che la storia futura ci dia ragione, lascio ai lettori ulteriori considerazioni. (N. Ruocco)
ILLEGITTIMITA' COSTITUZIONALE DELLA LEGGE 124/2008: PRIMI SCENARI POLITICI DOPO IL RIGETTO DEL "LODO ALFANO" di N. Ruocco

La legge n. 124/2008 "Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato" cd. "lodo Alfano" (legge costituita da un singolo articolo diviso in 8 commi) è stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte Costizionale, mediante sentenza di accoglimento del profilo di illegittimità sollevato in via incidentale dal Pubblico Ministero di Milano Fabio De Pasquale nel processo contro David Mills. I 15 giudici della Consulta (le prime fonti parlano di 9 voti a favore sui 15) hanno motivato la bocciatura del testo normativo con la manifesta illegittimità delle norme con l'art. 3 e 138 della Costituzione italiana. Fin qui la narrazione tecnica dell'accaduto; ma un accaduto non da poco che ha determinato importanti conseguenze dal punto di vista politico-istituzionale. Occorre anzitutto premettere che la Corte Costutuzionale nell'apparato-Stato italiano è il supremo organo di garanzia costituzionale, ben lungi dall'esprimersi in termini di indirizzo politico. Tralasciando comunque tutte le polemiche di batti e ribatti, risposte e contrattacchi, offese e smentite, che si sono susseguite - del tutto fuori luogo e che ahinoi dimostrano la "pochezza" istituzionale e formale della nostra politica - avanzo alcune mie considerazioni cercando di restare su un di una posizione quanto più obiettiva e terza. Primo punto sul quale dobbiamo riflettere è l'opportunità dell'atto, o meglio, quale sia la motivazione fondante alla base di questa legge. La sospensione dei processi penali per le alte cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei Ministri, e i due Presidenti delle camere) è l'oggetto del testo normativo: una sorta di garanzia nell'esercizio delle funzioni durante il loro mandato, facendo anche leva, sul piano dottrinale, del principio della sovranità del popolo in termini di rappresentatività politica; una sospensione comunque ex tunc non reiterabile (cioè che vale una volta soltanto) ed per nulla incidente nei processi pendenti congiuntamente al termine del mandato. A dire il vero la nostra Costituzione già stabilisce al Capo dello Stato una garanzia di questo indirizzo (che viene meno se non per alto tradimento e attentato alla Costituzione). Per trarre un quadro complessivo del tema, volgiamo l'attenzione alle garanzie costituzionali negli altri Stati Europei. Con la sola eccezione della Francia (dove il Primo Ministro è più o meno coincidente con la figura del Capo di Stato) non esistono garanzie di momentanea sospensione dei processi pendenti se non per il solo Capo dello Stato, e comunque stabilite con norme di gerarchia superiore a quella della legge ordinaria. In altri Stati (i cd. Stati di nuovo rango: Finlandia, Svezia) un tale tipo di immunità addirittura non viene per nulla previsto. Ora, molto superficialmente sono in tanti in Italia che adducono la motivazione del lodo Alfano all'esigenza del premier Berlusconi della sospensione di diversi processi in cui è imputato. Sminuire però ad una simile motivazione è un grave errore. La legge 124 ha una giustificazione nella maggiore esigenza verso la massimizzazione dell'azione governativa e della tutela della stessa da possibili eventi giudiziari tendenti al turbamento di tale azione. Tuttavia, se da un lato sostengo la motivazione della ragion d'essere del lodo, dall'altro evidenzio come una simile norma debba essere necessariamente di rango costituzionale [...] Sul piano strettamente politico è chiaro che il lodo Alfano (in parte già precedentemente presentato col famoso lodo Schifani nel 2004) rappresenta una forma di indirizzo politico del Governo, o più verosimilmente, uno degli obiettivi programmatici dell'azione governativa; dunque sotto questo aspetto è lampante la sconfitta politica dell'esecutivo. Intanto in data odierna (8 ottobre) lo stato maggiore del Pdl si riuniva a Roma a Palazzo Grazioli evidentemente per lasciar trasparire un senso di "collegialità" della sconfitta su questo tema, e per dare anche un evidente segno di compatezza del primo partito in Italia agli occhi dell'opinione pubblica. Sta di fatto però, e non sono l'unico a rilevarlo, che per il Governo Berlusconi questo giudizio della Corte è stato un grave passo falso, un passo che prima ancora di essere dall'esito negativo, veniva già da 4 anni di discussioni e polemiche politiche. Il dato politico della vicenda è dunque il mancato raggiungimento di quello che era uno degli obiettivi del Governo, seppur tendente alla personificazione dell'atto a favore di Silvio Berlusconi. Dobbiamo a questo punto interrogarci sul fatto se sia giusto o meno che il Premier dia le dimissioni o se sia il caso che, senza strumentalizzazioni istituzionali sul Presidente Napolitano e sulla Consulta, vada avanti nel suo mandato. Una risposta saggia è naturalmente rappresentata dalla seconda ipotesi, poichè delle dimissioni del Premier nell'attuale clima di difficoltà ed incertezza non farebbero altre che acuire ancora di più le numerose problematiche dell'Italia. Aspettando il testo completo della sentenza della Corte Costituzionale per porre in essere i rilievi tecnici di diritto, porgo l'attenzione su di un'ultima nota della vicenda: se fossi nella persona del Ministro della Giustizia Alfano, ideatore del lodo, non ci penserei una volta di più nel dimettermi, poichè la bocciatura di un testo creato personalmente, che porta il proprio nome agli occhi della ribalta, e nella carica attuale di Ministro, non è una gran bella figura.. (N. Ruocco)
LA NECESSITA' DI UNA PACIFICAZIONE IN AFGHANISTAN TRAMITE TRANSITION STRATEGY DI PROTOCOLLO NATO di N.Ruocco

L'attuale stato in Afghanistan di costante guerriglia urbana e quasi anarchia civile necessita di un momento di riflessione. La guerra in Afghanistan contro il regime talebano non è stata come molti hanno definito superficialmente una reazione americana all'11 settembre, ma uno step graduale verso la lotta al terrorismo dittatoriale e l'instaurazione di un pacifismo sia nelle istituzioni democratiche sia nella società dei luoghi. L'interrogativo tuttavia è: può questo però avvenire con l'uso della forza e del successivo controllo militare dei luoghi, seppur sotto l'egidia Nato? Il discorso presenta invero diverse sfaccettature di cui prendere atto. L'ultimo episodio di cronaca ha visto il grave, ignobile attentato contro le truppe italiane a Kabul, attentato che ha causato l'atroce morte di sei nostri connazionali; senza parlare poi delle centinaia di vittime tra civili che quasi quotidianamente siamo costretti a registrare. Una vera guerra civile. Che senso ha tutto questo? Non è forse il momento di provare a dare una reale svolta di politica internazionale? Continuare a mandare nei luoghi, con ricambio ciclico, soldati di varie nazioni aderenti all'attuale risoluzione Nato per l'Afghanistan equivale, a mio modesto avviso, ad una sorta di standardizzazione della problematica afgana, la cui società, come i racconti di cronaca purtroppo dimostrano, ancora oggi viene osteggiata dal regime talebano e dagli atti di fondamentalismo islamico tendenti al turbamento del già debole apparato istituzionale da un lato, ed al mero risalto mediatico del terrorismo islamico anti-occidentale dall'altro. Tralasciando di affrontare in questo ambito l'aspetto unicamente militare per il quale l'Afghanistan rappresenta il crocevia di numerosi gruppi terroristici, tra cui lo stesso Osama Bin Laden, poniamo l'attenzione, come detto, sulle possibili modalità risolutive dell'attuale stato delle cose. In questi giorni tanto si è discusso tra le forze politiche italiane, forse anche con poco gusto e rispetto per i nostri militari caduti, sulla possibilità di continuare o meno a far rimanere i nostri soldati: la destra Berlusconiana è per il rispetto dell'impegno militare intrapreso (giusta posizione dal punto di vista della politica estera), mentre la sinistra pavoneggia l'opportunità di un ritiro delle truppe italiane (ma con quali vantaggi?).

Questo però deve essere ora il momento del buon senso ed di un'assunzione di responabilità colletiva. Il tema Afghanistan, a prescindere dal problema ancor più grave del terrorismo, è un problema di rilievo internazionale, un problema che investe tutti gli stati occidentali e non, data la posizione strategica in termini di geografia politica di tale stato, nell'asset dei peasi medio-orientali. Appare chiaro che una possibile soluzione deve essere assolutamente targata Nato. Una soluzione che deve mediare sulle numerose tribù locali, deve far propri anzitutto le tradizioni sociali del luogo, e dare nuova linfa politica a possibil realtà democratiche locali. Andare alle elezioni Presidenziali col risultato di acuire ancora di più il clima di guerriglia urbana è una scelta tutt'altro che felice. Occorre, a mio avviso, (al di là della influenza dominante in quest'argomento degli Stati Uniti) che a priori si ponga in essere una risoluzione sul tavolo Nato che abbia ad oggetto una strategia pluritematica di transition, cioè una strategia che tenda anzitutto a sedare l'attuale clima di tensione, predisponendo un rinvigorimento delle istituzioni di base (difesa, interno e giustizia) cercando poi, come detto, di sostenere i possibili movimenti politici democratici. E' soltanto in questa misura che potrebbe esserci (il condizionale è sempre d'obbligo data la complessità della situazione) un mutamento fisiologico della società afgana, la quale da sola poi nel breve-medio termine potrà andare ad eleggere i propri rappresentanti con un clima più sereno; e lo stesso attuale leader Karzai deve prenderne atto. Infine l'argomento delle truppe internazionali: occorre dare un senso di responsabilizzazione ai cittadini ed istituzioni locali. Dismettendo con ragionevole gradualità parti delle truppe presenti nel luogo, può far si che determini nello stesso popolo afgano una sensazione di fiducia e successivo autocontrollo, fermo restando tuttavia la necesità della costante lotta al terrorismo. (N. Ruocco)
IL FORMALISMO SFRENATO DEI SOCIAL NETWORK di N. Ruocco

I nuovi format del web hanno dato vita ad un vero e proprio cambiamento del modo di comunicare sulla rete. Si è passati dal semplice scambio di messaggi istantanei alla condivisione multipla di tutto ciò che rappresenta la propria persona: video, immagini, idee, commenti ecc. Tutto è cominciato col messanger, evoluto con myspace per poi giungere al tanto blasonato facebook, passando per la condivisione video di youtube e le compravendite di ebay, venendo a costituire sempre più una comunità virtuale all'interno della comunità reale: è questo il fenomeno sempre più rilevante dei social network del web. Data l'ampiezza, la vastità di tale fenomeno, ultimamente ci si interroga sempre di più su eventuali rilievi di carattere sociologico ed antropologico che da esso derivano. Nell'attuale società sempre più diretta verso una "carenza" comunicativa, si evidenzia il rischio concreto (sono in numerosi i sociologi che propendono verso tale argomentazione) che i nuovi format comunicativi dei social network possano determinare una crisi di identità nella vita di tutti i giorni dei numerosi individui che in essi interagiscono. Tuttavia un simile predisposto appare forse un pò eccessivo, poichè il continuo interagire in essi ritengo non tende ad allontanare la propria persona dal vissuto quotidiano e nè a sminuire la proprià identità ed attitudine nel confrontarsi. Il problema, sempre dal punto di vista sociologico, resta un altro. La possibilità per nulla remota che tutti coloro i quali partecipano attivamente ai social network rischiano di essere coinvolti in un formalismo ideologico: una tendenza nell'emulare usi, constumi e consuetudini che nel web vengono sovente dati per scontanti, se non addirittura dogmatici. E la velocità con cui tali tendenze si moltiplicano e diffondono è assolutamente sfrenata. Questa si badi, non vuole essere una visione pessimistica di questi nuovi format, che tanti benefici hanno portanto dal punto di vista tecnico, ma vuole essere una denuncia del fatto che diversi giovani possano risultare influenzati da fattispecie non esclusivamente veritiere, e non ultimo il rischio di emulare linguaggi poco consoni. Facebook, msn, youtube ecc. sono prodotti della mente e dell'ingegno umano, ed in quanto tali devono essere utilizzati tenendo esclusivamente conto che niente può e deve mettere in discussione la centralità della persona e della sua libertà di pensiero. (N. Ruocco)
L'UOMO TRA RELIGIOSITA' ETICO-MORALE ED ESIGENZA METAFISICA DI UN DIO CREATORE di N. Ruocco

Il rapporto tra religiosità, norme etico-morali e metafisica è sempre stato stretto ed alquanto funzionale: uno di quei temi che ha suscitato e suscita tutt'oggi straordinario interesse in termini di analisi e dissertazioni filosofiche. Quello della religiosità, inteso come l'osservanza di un insieme di norme, consuetudini e comportamenti sacrali di un certo gruppo di persone, è sempre stato nel corso dei secoli un elemento di notevole rilievo, non solo prettamente sociale, ma anche culturale e metafisico. Al di là tuttavia delle numerosissime religioni attualmente professabili, premettendo che lo scrivente è notoriamente cattolico, appare ben chiaro che esse tutte hanno un elemento genericamente in comune: un principio primo universale creatore del mondo e dell'uomo. Ed ancora, possiamo apertamente dire che tutti coloro i quali professano il proprio credo religioso, si adeguano a norme etico-morali che quasi sempre la religione (in senso stretto) fa proprie [...] Ma ci siamo mai chiesti cosa sia la religione, per quale concezione aprioristica interpretiamo positivamente una norma morale anzichè di un'altra? La religione è risultato dell'etica e la morale, o loro stesse conseguenza di credenze religiose? Dubbi alquanto legittimi. Il nodo focale del discorso, è capire (cosa spesso difficile), prendendo atto del predisposto in termini di centralità dell'uomo, come l'uomo stesso si pone dinanzi alla religiosità e le norme etico-morali.
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L'UNICITA' ARTISTICA DI AMEDEO MODIGLIANI di N. Ruocco
Se qualcuno proverebbe a chiedersi quale sia lo stile artistico di Amedeo Modigliani, si troverebbe in grandissima difficoltà. Perchè Modigliani non è un espressionista di inizio 900, non è un macchiaolo, non è un pre-contemporaneo. Il suo stile è talmente particolare ed unico che prenderà direttamente il suo nome: lo stile Modiglianeo. Ma chi era Amedeo Modigliani? Amedeo Clemente Modigliani fu un pittore e scultore italiano, nato nel 1884 a Livorno e morto a Parigi il 24 gennaio 1920 alla precoce età di trentacinque anni. Fin dall'inizio della sua carriera di artista si è sempre contraddistico per la particolarità dei suoi volti e di taluni suoi nudi, assoluti precursori per il suo periodo. Formatosi alle scuole artistiche di Firenze e Venezia, fu inizialmente incompreso, anche da suoi colleghi, a causa dei suoi diversi momenti di alcolismo e delirio fisico. Lo stile Modiglianeo è divenuto celebre per i suoi ritratti femminili caratterizzati da volti stilizzati e da colli affusolati, volti che sembrano invogliare colui che li ammira verso uno status di riflessione interiore che appare allontanarsi dalla realtà: una sorta di viaggio in una nuova dimensione comunicativa di stile e inconscio. A rendere ancor più interessante l'opera Modiglianea fu la vicenda molto discussa delle tre teste livornesi. Nel 1909 Modigliani ritornò a Livorno, dove si prodigò nello scolpire tre teste. La leggenda vuole che le gettò nel fosso reale del canale. Nel 1984 si decise di far dragare il canale all'altezza del fosso per verificare tale leggenda: furono trovate le tre teste che però risultarono essere dei falsi effettuati per una burla da tre studenti universitari. Nel 1991 in una autocarrozzeria furono trovate altre tre teste modiglianee, il cui proprietario asseriva essere quelle originali, recuperate dallo zio durante la seconda guerra mondiale. Ma anche questo ritrovamento susciterà un gran numero di polemiche sia sull'autenticità, sia sul legittimo proprietario. Sta di fatto, che queste vicende hanno finito ancora di più ad esaltare il mito del grande Amedeo Modigliani, uno tra i più brillanti artisti italiani del 900. (N. Ruocco)
Le enigmatiche tre sculture di teste Modiglianee, oggetto del mistero livornese dei tre falsi
